Originariamente pubblicato, con il permesso dell’autore, su Ronin Magazine n.1

SOLACE IN A POST-POST NUCLEAR ERA

di Mattia Ferri (illustrazione di Gianlorenzo Di Mauro)

 

Era stanco.

Viaggiava ormai da chissà quanto tempo, le gambeeranopienediaghichelotormentavano ad ogni movimento. Il respiro, o meglio, l’affanno era diventato ormai un mantra di cui era diventato talmente consapevole da dimenticarselo ad ogni passo.

Zakraius si malediva sempre di più. Perché doveva essere così cocciuto? Perché non aveva ascoltato il buon Urger quando gli aveva detto di lasciare stare queste fantasie assurde e rimanere lì con lui, fino alla fine dei giorni?

La Landa Infinita a quanto pare era davvero degna del suo nome. Ma Zakraius continuava a camminare.

Non ricorda ancora quando gli venne in mente che forse non esisteva solo quell’enorme distesa di roccia sterile ma anche altro. Anzi, sì, se lo ricordava. Gli era caduto un fiore in una crepa… o forse era una goccia d’acqua… Era stanco Zakraius, molto stanco, talmente stanco che quei dannati aghi che lo perseguitavano ormai se li sentiva anche nel cervello, quando cercava di ricordare.

Chissà quante risate si stava facendo Urger alle sue spalle, comodo nel suo bivacco accogliente e di cui ormai conosceva tutto. Chissà quante risate pensando alla confusione di Zakraius, alla sua fatica, al suo dolore, al suo sconforto. Urger era davvero un pezzo di merda. Iniziò a dubitare che l’avesse scongiurato di non avventurarsi in questa follia solo per far sì che lui lo facesse davvero.

Ormai Zakraius non era più un essere vivente, era la personificazione della confusione.

Aveva anche smesso di camminare dritto.

Era come una di quelle nuvolette che lui e Urger osservavano incuriositi, un ammasso di gas che veniva sballottato a destra e a manca dalle correnti, dai venti, dagli agenti atmosferici, senza alcun potere decisionale sulla sua direzione e sulla sua destinazione. Se la similitudine può sembrare ardita, sappiate che Zakraius, o meglio il suo corpo, aveva davvero la consistenza di una nuvola. Pensava che avrebbe trovato qualche ratto da spolpare sul tragitto, ma niente. Solo roccia sterile e arida, solo l’infinita Landa Infinita. Mentre sbandava come la più promiscua delle banderuole, si accorse di qualcosa per terra.

Senza pensarci un attimo, e intendo letteralmente, nessun processo chimico si attivò nel suo cervello, fu un atto di puro istinto, si gettò sull’oggetto e una volta preso in mano ne addentò un angolo con una forza sovraumana. Si staccò un pezzo irregolare e iniziò a masticare. Lo sputò immediatamente e osservò questo strano materiale plasticoso tutto pieno di saliva e accartocciato.

A causa della delusione rinsavì momentaneamente e notò che nell’oggetto che teneva in mano v’era raffigurato un suo simile.

Ma c’era qualcosa che non tornava… Aveva due protuberanze sopra la pancia che egli non aveva. E più in basso mancava un’altra protuberanza, estremamente fondamentale per il suo sollazzo nei giorni in cui non vagava come un idiota per la Landa Infinita.

Distolse lo sguardo da ciò che aveva in mano e mise a fuoco il terreno. Incredibilmente pieno di frutti. Vide che giacevano per terra altre immagini di questo strambo essere vivente. E anche uno strano piano rettangolare tutto bianco come le nuvole che osservava, estremamente sottile e lindo. Si accucciò per raccoglierlo, illuminato dal suo candore, quando perse la presa sull’oggetto che aveva raccolto in precedenza, che riportava nell’angolo in alto a sinistra la ferita del morso subito. Con un altro atto d’istinto, avido del suo primo ritrovamento, il braccio di Zakraius scattò nell’aria e raccolse al volo l’oggetto. Nel farlo però lo ferì nuovamente. E a quanto pare in maniera grave. In pratica lo stava scuoiando, rivelandone le interiora appiccicose. Fulminato da un’idea, e quindi infilzato dai numerosi aghi nel cervello, Zakraius scuoiò del tutto la sua preda e ne pose le interiora sopra il piano bianco e limpido. L’immagine di quell’essere strambo si unì al piano, formando un unico oggetto.

Zakraius rimase a bocca aperta per diversi minuti. Minuti passati continuando a camminare, perché il mettere un piede davanti all’altro era ormai un gesto inconsapevole. Le fitte alle gambe erano ormai la normalità per il suo essere. Appena richiuse la sua caverna vide un’altra immagine per terra, sempre di un essere strambo, simile al primo ma differente in piccoli aspetti. Anche questo si fece scuoiare senza problemi, e come un ragazzino che ha appena scoperto una nuova droga, unì anche quest’immagine al foglio. Fece lo stesso con altre quattro immagini, sempre trovate vagando a caso inconsapevole.

Il piano era ormai in gran parte ricoperto dagli esseri strambi e non era più lindo come… no, non ricordava più com’era prima di imporgli la presenza delle sue prede.

Il terrore si impossessò del suo corpo. Aveva trovato un’altra immagine per terra. Un’altra preda da scuoiare facilmente. Ma non aveva alcuna idea di dove poterla unire col foglio. Non c’era spazio e non voleva unirla ad un’altra preda, era la sua creazione e voleva godersela così com’era senza doverla modificare per forza. Ma non poteva rinunciare a quell’atto d’unione che gli creava un così grande piacere. Gli occhi saettavano sul piano alla ricerca di un punto bianco abbastanza grande da ospitare il suo nuovo trofeo ma niente, non era possibile senza insozzare le altre prede.

Fu allora che una potentissima folata di vento inizio a scompigliargli i capelli, una corrente apparentemente infinita lo colpì sul volto e su tutto il resto del corpo e piegò il piano che teneva in mano, regalando a Zakraius la soluzione ai suoi problemi. Il piano aveva due facciate, e aveva quindi un’enormità di altro spazio in cui poter installare il suo trofeo. L’aria continuava imperterrita a scalfire la superficie del corpo magro di Zakraius, mentre quest’ultimo compiva ancora una volta un atto di creazione, unendo l’immagine al piano. Anzi, sarebbe meglio dire che il corpo magro di Zakraius scalfiva l’aria imperterrito mentre compiva ancora una volta un atto di creazione, unendo l’immagine al piano.

Insomma, Zakraius aveva ragione. Non esisteva solo quella landa infinita nella Landa Infinita. Esisteva anche tutto un altro mondo. E questo mondo si trovava molto più in basso rispetto alla Landa Infinita, e Zakraius, con un sorriso ebete stampato in faccia, lo stava raggiungendo a folle velocità.

 


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